Si chiama #Trashtag Challenge ed è l’ultima sfida lanciata sui social per aumentare la consapevolezza dei danni dell’uomo all’ambiente. Forte della mobilitazione del 15 marzo, la sfida alla all’ultimo rifiuto si è presto tramutata in un flusso costante di post che imperversano sui social con l’hashtag #trashtag, con cui i partecipanti si taggano in un selfie prima dopo aver ripulito una zona colma di spazzatura.

In cosa consiste e da dove nasce la #Trashtag Challenge?

La #Trashtag Challenge incoraggia le persone di tutto il mondo a scattare foto di luoghi pubblici in prima e dopo aver rimosso i rifiuti che li deturpano e mostra come sia davvero facile per tutti fare qualcosa per il pianeta. L’idea sembra essere partita da un post sulla piattaforma Reddit, in cui Byron Román, 53 anni, di Phoenix (Arizona) ha lanciato la seguente sfida ai teenagers annoiati:

Secondo quanto riportato da Repubblica, Román sembra essere partito dal repost su Facebook di una foto condivisa poco prima da un’azienda di ecoturismo che aveva postato uno scatto simile per portare l’attenzione sulla necessità di un maggior impegno anche da parte dei viaggiatori; l’hashtag utilizzato era stato lanciato già nel 2015 da un’azienda che si occupa di illuminazione per esterni, la Seattle Uco Gear.

La #Trashtag Challenge si sta già espandendo in tutto il mondo, dall’Europa, agli USA, alle Americhe, India, Filippine, fomentando un movimento che sta raggiungendo livelli fortunatamente superiori ad ogni possibile aspettativa e che sta coinvolgendo persone di ogni luogo e età.

 

Diventare ambientalisti: una nuova moda?

Probabilmente ricorderete il video più che virale che ritrae il sommozzatore inglese Rich Horner mentre nuota nello scioccante scenario di un mare di plastica, proprio in uno dei luoghi reputati tra i più belli del mondo – Bali.

L’aumentare della copertura mediatica sul tema della raccolta dei rifiuti è stata sospinta ampiamente dall’agguerrita Greta Thunberg che al grido di #FridaysForFuture – un grido all’apparenza più forte di quello degli scienziati che già annunciavano da tempo la problematica – ha lanciato il suo sciopero settimanale per far sì che anche le istituzioni e i governi possano rendersi conto delle conseguenze di un comportamento tendente all’immobilismo sia mentale sia pratico. Ed è in questo contesto che la #Trashtag Challenge ha saputo trasformare la consapevolezza del necessario impegno di ognuno di noi in una voce facilmente ripetibile – e ascoltabile.

Che si tratti di una moda o no, la vena ambientalista che sta imperversando, tanto tra gli studenti che manifestano nelle strade quanto online, sta avendo un deciso effetto pratico sentito, confermando una challenge dai risvolti decisamente diversi rispetto alla tanto famosa quanto discussa Ice Bucket Challenge realizzata per raccogliere donazioni a favore della SLA.

La sfida del turismo sostenibile: quando un hashtag non basta

L’aumento della consapevolezza sul fenomeno dei rifiuti non può che beneficiare anche il mondo del turismo, in cui il concetto di sostenibilità stenta ancora ad essere accolto e rispettato. Da una parte, vi sono gli operatori turistici, divisi tra coloro che offrono come core business prodotti e servizi turistici di nicchia legati all’eco-turismo, al turismo sostenibile e responsabile e coloro che invece stentano a riconvertire la propria offerta turistica per renderla una vera forma di turismo sostenibile – al di là dell’uso del nome per ragioni di marketing. Dall’altra parte, notiamo ancora viaggiatori e appassionati che, vuoi per pigrizia, vuoi per ignoranza, faticano a pensare che una vacanza possa essere un momento in cui si rimane fedeli al proprio impegno sociale e civico nei confronti del pianeta.
Il modo in cui la challenge e la movimentazione globale del 15 Marzo sono passate da semplice spunto a elemento di orgoglio per la cura della propria comunità fa ben sperare e non soltanto nelle generazioni più giovani.
Anche gli operatori turistici che offronto tour e attività possono partecipare alla challenge, creare attività per coinvolgere sempre più partecipanti, creare consapevolezza sull’importanza della conservazione della destinazione, lasciarsi coinvolgere nelle politiche locali per la protezione dell’ambiente, etc.: è ora di smettere di pensare che la nostra ricchezza derivi dal visitatore . La nostra ricchezza più grande risiede nella destinazione in tutte le sue sfaccettature, la stessa destinazione che ci consente di creare in primis un’offerta turistica.
Un hashtag non sarà probabilmente sufficiente a portare il turismo verso una sostenibilità al 100% ma è sicuramente un punto di inizio importante a cui ispirarsi per prendere coscienza della difficoltà della Terra a sostenere le nostre abitudini di consumo, un’occasione per riprendere possesso del nostro pianeta, come essere umani prima ancora che come business.

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M.Giulia Biagiotti

M.Giulia Biagiotti

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