
C’è un’Italia del turismo outdoor che non cerca piazze affollate né musei iconici. Un’Italia che si sveglia con l’odore dei pini, che esplora i sentieri delle Dolomiti e si rilassa sulle rive dei laghi alpini. Il turismo all’aria aperta è un fenomeno in fortissima crescita che nel 2025, secondo le previsioni di Deutsche Bank, supererà per presenze turistiche le città d’arte, diventando il vero traino del sistema turistico nazionale.
Da anni osserviamo con attenzione l’evoluzione di questo comparto, raccogliendo dati, tendenze e analisi che aiutano a comprenderne le traiettorie di sviluppo. Una rivoluzione silenziosa, iniziata negli anni post-pandemia e consolidata grazie a nuove abitudini di viaggio: più lentezza, più esperienze, più natura. Non si tratta di una nicchia, ma di un vero cambio di paradigma, con numeri destinati a riscrivere le priorità di promozione e sviluppo territoriale.
I numeri dell’outdoor: 67,7 milioni di presenze entro il 2025
Secondo Deutsche Bank, che ha elaborato una proiezione basata sui dati ENIT e Istat, le presenze turistiche nel comparto outdoor in Italia raggiungeranno i 67,7 milioni nel 2025. Un dato che impressiona non solo per l’entità assoluta, ma per la rapidità con cui questo segmento ha recuperato e superato i livelli pre-pandemici. Il confronto con le città d’arte è emblematico: nello stesso arco temporale, le destinazioni culturali urbane si attesterebbero intorno ai 65 milioni di presenze, segnando per la prima volta un sorpasso che ha un forte valore simbolico.
La componente straniera gioca un ruolo fondamentale: oltre 38 milioni di presenze outdoor previste nel 2025 saranno generate da turisti internazionali. È una conferma del fatto che l’Italia continua ad attrarre, ma oggi sempre di più per la sua offerta paesaggistica, per la varietà ambientale e per la possibilità di vivere il territorio in modo attivo e sostenibile. La stagione estiva resta centrale, con circa 55,8 milioni di presenze tra giugno e settembre, ma crescono anche la primavera e l’autunno, segno che l’outdoor è diventato uno dei principali driver della tanto auspicata destagionalizzazione.
Perché l’outdoor cresce (e continuerà a crescere)
Le ragioni alla base di questo successo sono molteplici e non riconducibili solo a mode passeggere. A fare la differenza è prima di tutto la domanda crescente di esperienze autentiche, lente e immersive. Chi viaggia oggi cerca il contatto con la natura, ma anche la possibilità di vivere i luoghi in modo personale e attivo: una camminata tra i vigneti, un’escursione in quota, una notte in glamping valgono più di una visita frettolosa a un monumento affollato.
A tutto questo si aggiunge un cambio culturale che la pandemia ha solo accelerato. La percezione di sicurezza associata agli spazi aperti, il bisogno di ritrovare equilibrio psicofisico e il desiderio di sfuggire alla frenesia urbana hanno spinto molte persone verso forme di turismo più semplici ma profondamente rigeneranti. Infine, cresce la sensibilità verso la sostenibilità: il viaggiatore outdoor è spesso attento all’ambiente, preferisce strutture eco-friendly, acquista locale e si muove in modo slow. L’esperienza, in questo contesto, diventa anche un gesto etico.
Una mappa che cambia: Nord protagonista, Sud in attesa
La distribuzione territoriale delle presenze outdoor riflette e amplifica le dinamiche già in corso nel turismo italiano. Il Nord si conferma protagonista assoluto: da solo il Nord-Est (con Trentino-Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia) catalizza il 36% delle presenze, mentre il Nord-Ovest (Piemonte, Lombardia, Liguria e Valle d’Aosta) ne rappresenta il 25%. Sono aree che hanno saputo valorizzare il proprio patrimonio naturalistico attraverso una progettualità coerente, infrastrutture efficienti e una comunicazione efficace.
Il Centro Italia si attesta su valori intorno al 24%, con Toscana e Umbria in prima linea grazie a un’offerta che unisce natura, borghi, enogastronomia e cultura diffusa. Il Sud e le Isole, invece, restano ancora indietro, con una quota intorno al 15%. Eppure, il potenziale non manca: dai parchi nazionali della Calabria e della Basilicata alle zone interne della Sardegna, passando per le coste selvagge della Sicilia, ci sono territori che potrebbero diventare poli d’attrazione per un turismo outdoor tutto l’anno. Ma per farlo servono investimenti, visione e un cambio di passo nella narrazione turistica.
Un comparto che vale miliardi (e distribuisce valore)
Il turismo outdoor è anche, sempre più, una risorsa economica concreta. La spesa media giornaliera si aggira intorno ai 73 euro, cifra che comprende alloggio, attività, ristorazione e servizi legati alla fruizione del territorio. Secondo le stime Deutsche Bank, l’impatto economico diretto dell’outdoor nel 2025 sarà di 4,97 miliardi di euro. Se si considera anche l’indotto (dai fornitori locali ai trasporti, dall’artigianato alle produzioni agroalimentari) il valore sale a 8,85 miliardi.
Un dato rilevante è che si tratta di un valore distribuito: l’outdoor premia le microimprese, gli agriturismi, le guide ambientali, i piccoli operatori del territorio. A differenza di altri segmenti turistici più centralizzati, qui il valore si frammenta e si radica, diventando leva di sviluppo per aree interne e borghi spesso lontani dai circuiti principali. È una forma di economia turistica più resiliente, più inclusiva e meno impattante.
Una trasformazione culturale da non sottovalutare
Il boom del turismo outdoor non è una semplice conseguenza dei tempi o un rimbalzo post-pandemico. È l’espressione di una trasformazione più profonda, che riguarda il modo stesso in cui le persone vogliono vivere il tempo libero, il viaggio, la relazione con l’ambiente. La natura non è più sfondo, ma protagonista. Il paesaggio non è solo da osservare, ma da attraversare. E il viaggio torna ad avere un valore esperienziale e trasformativo.
Per il sistema turistico italiano, questo significa ripensare le priorità: investire in servizi leggeri ma capillari, rafforzare i sistemi di accoglienza nei territori meno battuti, progettare esperienze accessibili e ben raccontate. Significa anche affiancare alla promozione delle eccellenze culturali quella delle eccellenze paesaggistiche, senza contrapporle ma valorizzandole come elementi complementari.
Verso un’Italia sempre più verde e competitiva
Il sorpasso dell’outdoor sulle città d’arte rappresenta una svolta non solo statistica, ma strategica. L’Italia può essere un modello di turismo verde, diffuso, sostenibile. Ma per esserlo davvero serve un cambio di visione: dal prodotto al territorio, dalla quantità alla qualità, dall’immagine alla relazione. Il turismo outdoor non è un’alternativa minore, ma una delle principali leve per costruire il futuro del nostro turismo: più consapevole, più radicato, più generativo.
Chi saprà intercettare e accompagnare questa transizione, sia a livello pubblico che privato, si troverà in una posizione di vantaggio. Perché in un mondo che cerca sempre più equilibrio e autenticità, l’Italia ha tutte le carte in regola per diventare la destinazione outdoor numero uno in Europa.

